Ed eccomi, alle undici di sera, a scribacchiare qualcosa per ingannare il tempo, nell'attesa che arrivi domenica 25 ottobre, quando tanti appassionati si raduneranno qui a Dossobuono per pedalare insieme all'undicesima edizione de L'Olimpica Strade Bianche - Colline Moreniche.
I pensieri corrono veloci e gli spunti di narrazione sono molti. Prendo lo spunto da Daniela, la mia amata consorte, che ha buttato lì un termine perfetto: ciclonovela.
Mi viene da pensare a una dolce storia d'amore. Quella tra una bici da corsa Chesini di seconda mano e una Graziella pieghevole, che ebbero modo di incontrarsi lungo le strade di paese e di frequentarsi spesso, senza fretta. La prima aveva smesso le proprie ambizioni agonistiche, la seconda andava calma di suo, priva della pedalata assistita che tanto va di moda oggi.
La frequentazione fu lunga, prima di accasarsi insieme. Fu una vera storia d'amore. Poi l'usura, con la rottura del tubo obliquo della Graziella, e la mano malandrina di qualcuno, se lo pesco, mannaccia, misero fine alla loro unione.
Unione che fu comunque feconda. Anche troppo, a sentire Daniela, non tanto per la discendenza di quattro figli e tre nipoti, ma per quello che adesso staziona in cantina:
una bici da crono,
una da ciclocross,
due d'epoca (quella del papà e quella dello zio, entrambi classe 1941),
una MTB,
un risciò a due posti,
una da strada,
una city bike,
il telaio Masi che mio nonno prese per mio padre,
una anni ottanta della nonna,
una vintage da ragazza misura Alessandra, la nipote più grande,
una piccola Graziella taglia Noemi, la nipotina piccola, con la scritta Daniela.
Da questo bel quadretto familiare, dal mio punto di vista, manca solo la Merida da corsa in titanio data in comodato d'uso a Diego, figlio di mia sorella, da qualche mese pedalatore in seno alla S.C. Olimpica Dossobuono.
Il pensare a questi esemplari mi scalda l'animo. Se invece a pensarci è la mia signora mi si scaldano le orecchie per le parole, meno dolci e soavi di quelle che suoleva dirmi un tempo, con le quali accenna che se entra ancora qualcosa, qualcuno, io, rischia di dover uscire.
Ma questo è il rischio che ogni appassionato ciclostorico affronta ogni giorno, innamorato com’è della propria signora: sia quella a due piedi, sia l’altra, o le altre, a due ruote.
